
La discussione alla Casa Bianca
L’attesissimo settimo colloquio personale fra Netanyahu e Trump (a partire dal gennaio 2025, data dell’inizio della seconda amministrazione Trump) si è concluso dopo tre ore senza testimoni esterni o presenza di stampa, alle 16 di mercoledì (ora di Washington). L’incontro era molto atteso, perché non previsto, convocato all’ultimo momento in forma decisamente irrituale, vissuto in Israele come un’urgenza decisiva. Netanyahu aveva annullato tutti i suoi impegni e aveva risposto alla convocazione americana con l’obiettivo di convincere Trump che l’Iran sta barando nel nascondere la repressione delle proteste e soprattutto nell’usare il negoziato come pretesto per continuare la sua corsa contro il tempo allo scopo di ricostruire il suo armamento dopo la “guerra dei 12 giorni” del giugno scorso. Se allora gli impianti di produzione nucleare erano stati gravemente danneggiati, ora l’Iran rivendica di continuare l’arricchimento, anche durante le trattative. Se i missili strategici erano stati per metà distrutti, fino a 1500-1800 unità, secondo le valutazioni dei servizi israeliani, ora essi sono già di nuovo 2200 e entro la fine dell’anno potrebbero essere 5000. Se la rete radar e le armi antiaeree erano state completamente distrutte, ora sembrano di nuovo in efficienza, grazie soprattutto ai ponti aerei dei rifornimenti assicurati da Cina e Russia.
Il progetto di Netanyahu
Netanyahu era andato alla Casa Bianca, dopo aver tenuto nella mattinata incontri preliminari con i negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner e poi col Segretario di Stato Rubio, con l’intenzione chiara di convincere Trump che il negoziato era una trappola pericolosa, che consentiva all’Iran di discutere in astratto di un pericolo non imminente come l’arricchimento del combustibile nucleare e evitando di rispondere sulla minaccia dei missili e sul riarmo di Hamas, Houti e Hezbollah per cui gli ayatollah stanno di nuovo investendo somme ingenti. Il primo ministro israeliano voleva far capire a Trump soprattutto che la tattica negoziale iraniana mirava a guadagnare tempo e a proiettare l’immagine di un’impotenza americana, per arrivare possibilmente a un accordo che non eliminasse la sua minaccia militare. Da quel che si legge nei comunicati finali, non a caso emessi separatamente da Presidenza americana e Ufficio israeliano del Primo Ministro, senza che fosse prevista una conferenza stampa congiunta, sembra che Netanyahu non sia riuscito a convincere Trump.
I due comunicati
Il presidente americano ha scritto in un tweet: “Ho appena terminato un incontro con il Primo Ministro Netanyahu di Israele e con i suoi vari rappresentanti. È stato un incontro molto positivo, il meraviglioso legame tra i nostri due Paesi continua. Non è stato raggiunto alcun accordo definitivo, a parte la mia insistenza che i negoziati con l’Iran continuino per vedere se sarà possibile raggiungere un accordo. Se sarà possibile, ho detto al Primo Ministro che questo sarà sarà un risultato preferenziale. Se non lo sarà, dovremo solo vedere che risultato verrà fuori. L’ultima volta l’Iran ha deciso che era meglio non raggiungere un accordo, ha subito l’operazione ‘Martello di Mezzanotte’ – non è andata bene per loro. Spero che questa volta siano più ragionevoli e responsabili”. Il testo israeliano è molto più secco e chiaro: “Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha appena concluso un incontro alla Casa Bianca con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo staff. Durante l’incontro hanno discusso dei negoziati con l’Iran, della situazione a Gaza e degli sviluppi regionali. Il Primo Ministro ha sottolineato le esigenze di sicurezza dello Stato di Israele nel contesto dei negoziati, e i due hanno concordato di continuare il coordinamento e lo stretto rapporto tra loro”.
Insomma, non vi sono conclusioni comuni, impegni o accordi, o almeno non sono stati dichiarati. Entrambe le parti hanno badato a segnalare “il meraviglioso legame” e “lo stretto rapporto fra i due paesi”. Ma è chiaro che Trump vuole continuare il negoziato, anche se non ha sospeso il rafforzamento militare americano in Medio Oriente: è stato appena annunciato che un secondo imponente gruppo navale guidato da una portaerei è stato messo in rotta verso la regione. Netanyahu invece pensa che il negoziato sia una trappola pericolosa e che le “esigenze di sicurezza di Israele” richiedano un disarmo senza trucchi dell’Iran. Non è chiaro quando e dove le trattative fra americani e iraniani continueranno (si era parlato di un appuntamento in Oman per i primi giorni di questa settimana, ma finora non c’è neppure l’annuncio di nuovi incontri) e non è affatto certo che l’Iran accetterà le condizioni per l’accordo richieste da Trump, anzi, a stare alle dichiarazioni pubbliche degli ayatollah ciò appare del tutto improbabile. Non è neanche detto che i due leader a quattr’occhi non abbiano concordato un attacco futuro e che il discorso sul negoziato e l’aria di dissenso non siano parte di un trucco per prendere l’Iran di sorpresa. Ma a stare alle prese di posizione pubbliche la distanza c’è, anche su Gaza, su cui Trump ha fatto una dichiarazione breve ma magniloquente (“abbiamo discusso dei progressi enormi fatti a Gaza e nella Regione in generale. C’è davvero Pace in Medio Oriente”), mentre Netanyahu per ora non si è espresso. L’attesa, insomma, continua.













