
Fin dalle sue origini il popolo ebraico è stato sempre attraversato da due correnti parallele e contrarie, quella centrifuga e quella centripeta. Nella prima corrente si trovano o ne vengono travolti tutti coloro che desiderano distaccarsi dalle radici ebraiche, con maggiore o minore intensità. Sono distacchi geografici verso diaspore sempre più lontane, o distacchi sociali e spirituali. Alcuni restano a metà strada, altri si perdono completamente. Nel corso della storia questa forza centrifuga ha fatto perdere centinaia di migliaia di persone. Se non fosse per questa forza il popolo ebraico, al netto delle vittime delle persecuzioni, conterebbe oggi molti milioni in più. Se d’altra parte il popolo ebraico è sopravvissuto è per l’esistenza della forza contraria che porta all’aggregazione sociale, al mantenimento delle tradizioni, alla coltivazione del patrimonio spirituale. Ogni generazione si trova di fronte a queste dinamiche, che per le diverse condizioni storiche di ogni tempo assumono aspetti particolari. Il fattore esterno, quello che viene chiamato antisemitismo, ha un ruolo decisivo nel dirigere queste due correnti opposte. C’è chi si fa trascinare e lo cavalca, e cerca di scappare. C’è invece chi reagisce con la resistenza e l’orgoglio identitario e spesso, proprio sotto la pressione dell’ostilità esterna, riscopre e valorizza il suo ebraismo. Durante la Shoah questi fenomeni si sono realizzati in modo macroscopico coinvolgendo milioni di ebrei in scelte difficili. Lo scenario che si è aperto con la guerra iniziata il 7 ottobre del 2023 ha riproposto a suo modo questi temi identitari. Ogni evento che coinvolge il popolo ebraico produce al suo interno reazioni diverse molto spesso divisive. Ma se esaminiamo gli schieramenti di questi ultimi due anni si può vedere, anche con un certo stupore, che la risposta identitaria, di riavvicinamento, di compattamento delle file ha prevalso, anche nella nostra piccola comunità italiana, nonostante le divisioni che l’attraversano non siano mai state leggere in passato e anche ora.
C’è evidentemente del buono in tutto questo. “Dal duro è uscito il dolce”, come nell’enigma proposto da Sansone. L’ebraismo guadagna decisamente se si rafforza, si compatta, se le divisioni malate e non virtuose si attenuano. Ma questo buono nasconde qualcosa di meno buono, di problematico. Siamo costantemente sotto l’influsso di una grande patologia sociale e spirituale: l’identità al negativo, l’ebraismo come esperienza di sofferenza che si compatta per sopravvivere ai suoi nemici, la Shoah come modello di ebraismo, l’antisemitismo come ragione di essere, unica preoccupazione dell’ebreo. Certo l’antisemitismo c’è e in questi mesi lo abbiamo visto in tutto il suo “splendore”. Ma non può essere questa la ragione del nostro essere e l’unica o prevalente risorsa che ci ricorda la nostra natura. Facciamo uno sforzo, liberiamoci dall’ossessione antisemita, e cerchiamo di vivere l’ebraismo in positivo, con passione e con gioia.
Foto: Luca Sonnino













