
Pubblichiamo di seguito l’intervento di Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, in occasione dell’incontro che si è tenuto presso la Pontificia Università Gregoriana per la 37a Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei in occasione dei 60 anni di Nostra Aetate.
“In te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen. 12:7)
La frase che è stata scelta come titolo per il nostro incontro compare nella Bibbia alcune volte, la prima rivolta da D ad Abramo all’inizio della sua missione (Gen. 12:7); la seconda (ibid.22:18) sempre rivolta ad Abramo, dopo il mancato sacrificio di Isacco, con piccole differenze: “si benediranno (hitbarekhù, riflessivo, prima era nivrekhù, passivo) nella tua stirpe tutti i popoli (non le famiglie) della terra” e continua con “perché hai ascoltato la mia voce”; la terza volta a Isacco (ibid. 26:4), quando gli viene proibito di scendere in Egitto, con parole uguale alla seconda, e continua “perché Abramo ha ascoltato la mia voce, ha osservato quello che gli avevo detto di osservare, i miei precetti, le mie leggi e i miei insegnamenti -quindi non solo una scelta di fede-”; la quarta a Giacobbe (ibid. 28:14); quando sogna la scala dove gli angeli salgono e scendono, e si ripete la formula della prima, con l’aggiunta alla fine la parola “e nella tua discendenza”. Ho insistito su alcuni dettagli che riprenderò più avanti.
Per comprendere il significato di queste espressioni, e come la tradizione ebraica le abbia interpretate, servono alcune spiegazioni. Intanto cosa si intende per benedizione, in ebraico berakhà. La benedizione è una espressione di lode, di simpatia, di buon augurio, di invocazione di bene. L’uomo è tenuto a benedire D – l’ebreo deve farlo cento volte al giorno- e D non ha certo bisogno di beni materiali e spirituali, e in questo caso benedire significa rivolgersi a Lui con atteggiamento di lode e gratitudine. D stesso benedice gli uomini e chiede ai suoi sacerdoti di farlo con una formula (Numeri 6;22-26) che inizia con le parole “il Signore ti benedica e ti protegga”, e poi continua con l’invocazione di un volto divino illuminato e misericordioso; il primo livello della benedizione, nell’interpretazione diffusa. è quello dell’elargizione di beni materiali, e proprio per questo, osservano i Maestri, è subito detto “e ti protegga”, perché la soddisfazione materiale può indurre ad atteggiamenti e comportamenti negativi che richiedono controllo.
Gli uomini a loro volta si benedicono, con il senso di invocare beni per le persone a cui si rivolgono; i genitori nei confronti dei figli, i maestri per gli allievi, e in generale tutti per tutti.
A questo punto, che significa la promessa divina ad Abramo e poi a Isacco e Giacobbe, nella strana formulazione “in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”?
La spiegazione più semplice e coerente con il linguaggio biblico si basa su quanto detto alla fine della Genesi (48:20) nelle parole che il patriarca Giacobbe rivolge al figlio Giuseppe e ai suoi due nipoti Efraim e Menashe: “in te Israele benedirà, dicendo: che il Signore ti renda come Efraim e Menashe”. Nel senso che la sorte felice dei due nipoti diventa un modello, per cui chi benedice invoca per una persona che sia benedetta come furono Efraim e Menashe e la loro discendenza: e così si interpreta la frase detta ad Abramo, che dopo di lui quando si benedice qualcuno si dirà: tu o voi siate benedetti come fu benedetto Abramo che ricevette delle promesse che furono esaudite. Che c’entrano le famiglie della terra? C’entrano nel senso che le genti riconosceranno la grandezza e la bontà della scelta radicale che fece Abramo che lo colmò di benedizioni e quindi quando benediranno qualcuno lo citeranno ad esempio: che la tua sorte possa essere come quella di Abramo.
Se questo è il senso letteralmente più probabile, altri sensi non possono essere esclusi. Ne cito alcuni proposti dall’esegesi rabbinica. Il primo è il riconoscimento universale della validità della scelta di Abramo che porterà le nazioni del mondo ad avvicinarsi e condividere il suo modello di vita, in fede e azione. Il secondo è pensare e credere che questo “in te” significhi non solo in te ma attraverso te; attraverso e grazie ad Abramo il mondo e tutte le famiglie della terra vengono benedette. Abramo è il tramite, porta benedizione al mondo, e non solo lui ma anche la sua discendenza ed è questo il senso della comparsa della parola “la tua stirpe” nelle tre ripetizioni della formula, che coinvolge tutti e tre i patriarchi. Nella tradizione rabbinica è diffusa questa consapevolezza, che può sembrare strana e paradossale, tanto più in un mondo infestato di odio antiebraico che attribuisce gli ebrei le colpe di ogni male. Per i rabbini Israele porta bene al mondo, con la sua fede, con l’insegnamento, con il contributo delle sue menti in tutti i campi; addirittura, ogni bene passa attraverso Israele, in qualsiasi evento “persino alla nave che naviga dalla Gallia alla Spagna” come diceva un’antica frase midrashica.
C’è poi un’altra linea di grande interesse. Qui dobbiamo fare una premessa linguistica. Nell’ebraico biblico berakha, come si è detto, è la benedizione. Ma una parola di poco differente, berekhà, indica la piscina, come quella dello Siloe. Piscina perché potrebbero esserci i pesci, secondo l’etimologia latina. Non così in ebraico. Ma che cosa accomuna benedizione e piscina? È la radice comune, bèrekh, che significa ginocchio. Ci si inginocchia per benedire, ci si inginocchiava per lavare i panni sul bordo di un bacino idrico. Ma c’è un’altra derivazione linguistica che si collega al ginocchio con l’angolo che forma in flessione. Il prestito linguistico va all’agricoltura in cui si fanno gli innesti: un ramo inserito in un altro con un certo angolo. Il ramo nuovo succhia la linfa del vecchio e produce i suoi frutti. Con queste premesse, la promessa ad Abramo Isacco e Giacobbe è che si innesteranno in loro, e nella loro discendenza, tutte le famiglie della terra.
Nella tradizione rabbinica questa possibilità viene elaborata variamente: da chi la esclude, a chi la riferisce agli esempi illustri di Rut la moabita e Naama la ‘ammonita innestate nella famiglia di Israele e proprio nella stirpe messianica. E c’è chi spiega questo innesto più generalmente, ad un avvicinamento spirituale e anche fisico delle nazioni del mondo a Israele. Come questo possa avvenire, e a quali condizioni, non sembra ulteriormente spiegato.
Da qui il discorso si sposta dalla parte ebraica all’altra parte e diventa o dovrebbe diventare dialogo. Così come un cristiano può porre e domande e obiezioni sulle interpretazioni ebraiche finora presentate, così un ebreo è interessato alle possibili letture cristiane. Ed è questo il momento delle domande. Prima di vedere come il testo della benedizione di Abramo sia citato nel NT, si consideri l’immagine del ramo innestato nella radice, in Romani 11:18, che in qualche modo potrebbe richiamare l’interpretazione rabbinica della benedizione come innesto; solo che nella presentazione di Paolo questa immagine è ambigua, perché se da una parte rivendica l’importanza della radice ebraica, dall’altra considera gli ebrei che non accettano la nuova fede come rami secchi recisi dalla pianta e sostituiti da altri. Tornando alla benedizione della Genesi i brani tornano due volte nel Nuovo Testamento. La prima volta in Atti 3:25, dove potrebbe essere un’allusione al fatto dell’estensione della promessa e benedizione di Abramo alle genti. La citazione più importante e anche problematica è quella di Galati 3 e la sostanza è che “quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette”. Insomma, chi non è discendente fisicamente di Abramo viene benedetto in virtù di una affiliazione spirituale nel momento in cui ha fede. Fin qui le prospettive ebraiche e cristiane potrebbero conciliarsi. Ma lo stesso brano propone punti di discussione e rottura con la radice ebraica: quando contrappone la fede alla legge e definisce chi segue la legge “sotto la maledizione”; quando la fede di cui parla è quella in G, e quando la discendenza non è tutto Israele ma G. stesso. Immagino che vi sia un’ampia letteratura intorno a questo brano. Ora, tanto più in questa sede, non ha proprio senso mettersi a discutere su questi punti che hanno diviso per millenni i nostri mondi e continuano a farlo malgrado qualche tentativo di conciliazione. Di fatto nella interpretazione paolina il messaggio originale della Genesi che dovrebbe essere universale diventa per l’ebraismo un messaggio divisivo. La questione è piuttosto quella se esista uno spazio comune e condiviso di pensiero e azione aldilà di questi vincoli scritturali ed esegetici. La strada teologica pare irta di ostacoli. Forse basterà pensare che Abramo è il padre di una moltitudine di fedeli ciascuno dei quali si collega in un modo o nell’altro alle scelte di Abramo e che questo collegamento porta benedizione al mondo. La sfida per tutti è quella di dimostrare che il collegamento ad Abramo porti effettivamente unità di intenti, collaborazione e benedizione ai suoi fedeli e al mondo.













