
Israele è pronta ad attaccare l’Iran qualora emergano segnali concreti di una nuova escalation militare. A sostenerlo è l’analista geopolitico Iftah Burman, intervenuto ai microfoni di ILTV, secondo cui Gerusalemme considera una minaccia diretta qualsiasi rafforzamento delle capacità offensive iraniane, in particolare nei settori nucleare e missilistico.
Secondo Burman, Israele interverrebbe in presenza di prove tangibili, come lo spostamento di materiali legati al nucleare o modifiche sospette nei siti di arricchimento dell’uranio. “Sappiamo che l’Iran sta ricostruendo il proprio apparato di missili balistici, una minaccia che si è già dimostrata estremamente efficace contro Israele”, ha spiegato l’esperto, sottolineando che le forze armate israeliane sarebbero pronte a colpire questi asset strategici.
A pesare sulle valutazioni israeliane è tuttavia il contesto interno iraniano. Le proteste in corso contro il regime rappresentano un elemento di forte incertezza: un’azione militare esterna, avverte Burman, rischierebbe di ricompattare la popolazione attorno alla leadership di Teheran, offrendo al regime il pretesto per una repressione ancora più brutale.
Le manifestazioni sono iniziate il 28 dicembre, innescate dal crollo del rial iraniano — precipitato a oltre 1,4 milioni per dollaro — in un’economia già strangolata dalle sanzioni internazionali. In breve tempo, la protesta economica si è trasformata in un movimento più ampio che chiede apertamente la fine della teocrazia.
Un funzionario iraniano ha riferito a Reuters che circa duemila persone sarebbero state uccise, attribuendo la responsabilità a “terroristi”. Un’emittente dell’opposizione parla invece di un bilancio ben più elevato, non verificabile in modo indipendente. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha espresso “orrore” per la violenza contro i manifestanti, chiedendo la fine immediata delle uccisioni. Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sostiene che “la situazione è sotto totale controllo”, accusando Stati Uniti e Israele di fomentare i disordini — dichiarazioni rilanciate da Al Jazeera.
In questo contesto, l’IDF ha confermato di rimanere in stato di massima allerta per possibili «scenari a sorpresa». Il portavoce dell’esercito israeliano, il generale Effie Defrin, ha invitato la popolazione a non alimentare voci incontrollate. “Le proteste in Iran sono una questione interna”, ha dichiarato su X, ribadendo che le forze armate sono pienamente preparate sul piano difensivo e conducono valutazioni costanti della situazione. Secondo l’emittente pubblica Kan, Israele ritiene probabile un intervento degli Stati Uniti sotto la guida del presidente Donald Trump, uno scenario che potrebbe innescare un conflitto diretto tra Israele e Iran. In quest’ottica, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione ristretta con ministri e vertici della sicurezza, alla quale ha partecipato anche l’ex ministro Ron Dermer, storico interlocutore dell’amministrazione Trump, secondo quanto riportato da Channel 12.
Fonti israeliane citate dai media avvertono inoltre che l’offerta iraniana di avviare negoziati con Washington sarebbe “una trappola” per guadagnare tempo e rinviare eventuali attacchi americani.
Trump ha nel frattempo intensificato la pressione annunciando l’introduzione immediata di dazi del 25% contro qualsiasi Paese che continui a fare affari con l’Iran. La misura colpirebbe economie come Brasile, Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. La Casa Bianca non ha fornito ulteriori dettagli e Teheran, al momento, non ha reagito ufficialmente.
Secondo quanto riportato da CBS News, il Pentagono ha presentato al presidente una serie di opzioni che includono attacchi militari, cyber-operazioni e azioni psicologiche a sostegno dei manifestanti iraniani. Nessuna decisione finale è stata ancora presa, ma Trump ha dichiarato di ricevere aggiornamenti orari e di essere pronto ad agire qualora la repressione dovesse ulteriormente intensificarsi.













