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    ITALIA

    Addio a Gilberto Salmonì, l’ultimo italiano sopravvissuto a Buchenwald

    Ci ha lasciato nella notte Gilberto Salmonì, l’ultimo sopravvissuto italiano del campo di sterminio nazista di Buchenwald. Aveva dedicato l’intera vita a testimoniare l’orrore della Shoah, trasformando una sofferenza indicibile in impegno civile, soprattutto verso le nuove generazioni, affinché la memoria restasse viva e vigile. La sua morte segna la scomparsa di una voce fondamentale della memoria storica italiana. Una voce che, con lucidità e coraggio, è stata per decenni un presidio di verità contro il negazionismo, l’indifferenza e ogni rigurgito di odio.

    “Con tristezza ricordiamo Gilberto Salmonì, considerato l’ultimo sopravvissuto italiano del campo di sterminio di Buchenwald – è stato il pensiero espresso da Carola Funaro, assessore alla Memoria della Comunità Ebraica di Roma – Ha dedicato la vita a raccontare l’orrore vissuto, trasformando il dolore in responsabilità verso le nuove generazioni. La sua voce è stata un presidio di verità contro il negazionismo, l’indifferenza e ogni rigurgito di odio. Sia il suo ricordo di benedizione”.

    La storia di Gilberto Salmonì si intreccia con una delle pagine più buie del Novecento. Era il 17 aprile 1944 quando l’intera famiglia Salmonì, perseguitata dalle leggi razziali, tentò la fuga verso la Svizzera. Furono arrestati dalla Milizia della Repubblica di Salò al Passo della Forcola, a 2.770 metri di quota. Gilberto aveva solo 15 anni. Dopo le carceri di Bormio, Tirano, Como e San Vittore a Milano, la famiglia fu internata nel campo di Fossoli. Gilberto e il fratello maggiore vennero deportati a Buchenwald; i genitori e l’amata sorella Dora finirono invece ad Auschwitz-Birkenau. Di tutta la famiglia, solo i due fratelli riuscirono a tornare a casa. Dora aveva 25 anni ed era incinta al momento dell’arresto. Aveva studiato il tedesco in Austria e aveva compreso prima di altri ciò che stava accadendo, avendo già visto scritte come “ebrei indesiderati” sulle panchine dei giardini pubblici. Fu uccisa ad Auschwitz il 6 agosto 1944. A lei è legata una storia simbolica e struggente: nel carcere di Como, Dora affidò la sua valigia alla sorella Lina, allora diciassettenne. Dentro, il corredo di una giovane sposa. Lina conservò quel bagaglio per tutta la vita, con l’unico desiderio di restituirlo ai legittimi proprietari. Anni dopo, grazie a lunghe ricerche, riuscì a rintracciare Gilberto: la valigia è stata infine donata all’Archivio dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea “Raimondo Ricci”, diventando un potente oggetto di memoria. Come racconta l’associazione figli della Shoah.

    Negli ultimi giorni della sua vita, Salmonì aveva ricevuto il massimo riconoscimento civico della sua città natale, Genova, il Grifo d’Oro, durante la recente cerimonia del Giorno della Memoria, trasformata in un profondo momento di ascolto collettivo. La testimonianza di Salmonì non si limitava a raccontare fatti storici lontani: la sua esperienza personale — il dolore per la perdita dei genitori e della sorella, assassinati ad Auschwitz, e il ricordo vivido dei campi di internamento — incarnava un invito continuo a non considerare la Shoah solo come un capitolo chiuso ma come una domanda aperta che interpella il presente e il futuro delle nostre comunità.

    Con la scomparsa di Gilberto Salmonì, l’Italia perde un testimone diretto della Shoah, ma il suo racconto, il suo esempio e il suo impegno restano.

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