{"id":73553,"date":"2023-01-26T00:00:00","date_gmt":"2023-01-25T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.shalom.it\/senza-categoria\/la-memoria-della-shoah-nell-arte-contemporanea-israeliana-b1126541\/"},"modified":"2024-05-31T00:55:15","modified_gmt":"2024-05-30T22:55:15","slug":"la-memoria-della-shoah-nell-arte-contemporanea-israeliana-b1126541","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.shalom.it\/cultura\/la-memoria-della-shoah-nell-arte-contemporanea-israeliana-b1126541\/","title":{"rendered":"La memoria della Shoah nell&#8217;arte contemporanea israeliana"},"content":{"rendered":"<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Nel 1955, a dieci anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, Primo Levi scrisse un breve testo sulla memoria del Lager dichiarando la sua preoccupazione nel \u201ccostatare che, almeno in Italia, l\u2019argomento dei campi di sterminio, lungi dall\u2019essere diventato storia, si avvia alla pi\u00f9 completa dimenticanza\u201d.<o:p><\/o:p><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Una dimenticanza che avrebbe potuto legittimarsi anche attraverso il silenzio dei testimoni, che invece a un certo punto decisero di raccontare, e Levi in questo senso fu tra i primi. Una dimenticanza che si sarebbe potuta nascondere dietro il silenzio della cultura, forti del monito di Theodor W. Adorno sull\u2019impossibilit\u00e0 di scrivere poesie dopo Auschwitz: \u201c\u2026 \u00e8 barbaro e ci\u00f2 avvelena anche la stessa consapevolezza del perch\u00e9 \u00e8 divenuto impossibile scrivere oggi poesie\u201d. Con queste parole veniva espresso il dubbio rispetto alla capacit\u00e0 dello stesso pensiero critico di misurarsi con lo sterminio.<o:p><\/o:p><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Fortunatamente ci fu chi reag\u00ec all\u2019affermazione adorniana, primo fra tutti il poeta rumeno Paul Celan che si confront\u00f2 con la sentenza del filosofo tedesco, lottando per affermare il riconoscimento della propria opera, con cui intendeva restituire voce alle vittime della Shoah. Cos\u00ec Celan infrangeva per la prima volta, dopo la fine della guerra, il muro di rimozione dei crimini nazisti.<o:p><\/o:p><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Anche gli artisti, e non fanno eccezione gli israeliani, hanno cercato di mettere in movimento i processi della memoria, attraverso opere che vanno dalla provocazione alla riflessione profonda, dall&#8217;accusa alla resilienza. Con l\u2019uso di mezzi e linguaggi espressivi diversi, molti artisti israeliani hanno messo in scena nel corso degli ultimi decenni il sentimento di vuoto e perdita, mosso spesso dalla necessit\u00e0 da parte dell\u2019artista di avviare un processo volto a rintracciare le proprie origini famigliari. \u00c8 cos\u00ec, ad esempio, che&nbsp;<b>Vardi Kahana<\/b>&nbsp;(Tel Aviv, 1959) d\u00e0 vita al progetto fotografico&nbsp;<i>One Family<\/i>&nbsp;(1992), una narrazione sull&#8217;identit\u00e0 israeliana incarnata dalla famiglia dell\u2019artista stessa. Nella foto&nbsp;<i>Three Sisters<\/i>, Kahana ci presenta la madre con le sue due sorelle strette in una sorta di abbraccio in cui appaiono in evidenza i numeri marchiati a fuoco, nell\u2019ordine consecutivo con cui furono tatuate ad Auschwitz nel 1944. In questo modo l\u2019artista \u00e8 stata in grado di rivelare le radici della storia di chi, reduce dai campi di sterminio, \u00e8 riuscito a portare avanti la vita in un autentico spirito di resilienza. Anche il lavoro di&nbsp;<b>Maya Zack<\/b>&nbsp;(Tel Aviv, 1976) parte da una riflessione intima e famigliare. Come lei stessa ha dichiarato, i suoi numerosi lavori video e installativi sui processi di trasmissione della memoria, nascono a seguito di un viaggio che fece con il padre nel 2006 alla ricerca delle proprie radici che l\u2019hanno condotta a Kosice in Slovacchia, nella casa della nonna emigrata in Israele prima della guerra, mentre il resto della sua famiglia rimase in Europa trovando la morte ad Auschwitz. Con questo spirito nasce il video&nbsp;<i>Counterlight<\/i>(2016) che insieme a&nbsp;<i>Mother Economy<\/i>&nbsp;(2007) e&nbsp;<i>Black and White Rule<\/i>&nbsp;(2011) compongono una trilogia incentrata sulla Shoah e il concetto filosofico di memoria.<o:p><\/o:p><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Ci sono poi artisti che hanno affrontato il tema in chiave irriverente, con un distacco solo apparente ma che in realt\u00e0 cela un trauma con cui l\u2019intera umanit\u00e0 \u00e8 costretta a convivere. \u00c8 il caso di&nbsp;<b>Gil Yefman<\/b>&nbsp;(Tel Aviv, 1979) che ha elaborato il tema della Shoah nella mostra provocatoria&nbsp;<i>Kibbutz Buchenwald<\/i>, tenutasi al Tel Aviv Museum nel 2018, in cui una verde e sensuale siepe all&#8217;uncinetto nasconde i disegni delle strutture architettoniche dei campi. L\u2019installazione prende le mosse dalla lettera scritta nel 1943 dal comandante del campo di sterminio di Auschwitz che ordinava al direttore del ramo agricolo delle SS di procurarsi cespugli, arbusti e alberi che servissero da camuffamento naturale per nascondere i forni crematori. Anche l\u2019installazione di&nbsp;<b>Boaz Arad<\/b>&nbsp;(Tel Aviv 1956 \u2013 2018), realizzata al Center for Contemporary Art di Tel Aviv nel 2007 dal titolo&nbsp;<i>The Nazi Hunters Room<\/i>, gioca sullo choc visivo, al limite del lecito. L\u2019artista per l\u2019occasione aveva esposto un tappeto di silicone con le fattezze di Hitler, scuoiato come un trofeo di caccia, attorno al quale campeggiavano una serie di svastiche su tela dai colori accesi, spingendo cos\u00ec i confini di ci\u00f2 che \u00e8 considerato bello e desiderabile nell\u2019arte.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><b><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.shalom.it\/wp-content\/uploads\/2023\/09\/boazarad-scaled.jpg\" style=\"width: 508.3125px; height: 380.643314px;\"><\/b><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><span lang=\"EN-US\" style=\"font-size: 12pt; text-align: start;\">(Boaz Arad, <span style=\"font-style: italic;\">The Nazi Hunters Room<\/span>, 2007. Installazione al Center for Contemporary Art, Tel Aviv)<\/span><span style=\"font-family: -webkit-standard; text-align: start;\"><\/span><b><br \/><\/b><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><b>Shahak Shapira<\/b>&nbsp;(Petah Tikva, 1988) usa invece i social per denunciare in modo sfrontato l\u2019abuso delle immagini che ci ha condotto ad un\u2019irrimediabile assuefazione. Nel progetto&nbsp;<i>Yolocaust<\/i>&nbsp;(2017) l\u2019artista denuncia il rito del selfie pubblicando una dozzina di foto pescate tra Instagram, Facebook e altri canali in cui le persone si immortalano nel Memoriale di Berlino, elargendo sorrisi e atteggiamenti in posa incuranti del luogo in cui si trovano. Cos\u00ec Shapira ha rielaborato quelle foto inserendo i corpi scheletrici, i cadaveri, le fosse comuni che abitavano i luoghi evocati dal Memoriale. L\u2019effetto \u00e8 macabro ma allo stesso tempo \u00e8 un momento di grande riflessione sullo svuotamento di significato del processo di elaborazione e superamento del dramma.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><o:p><\/o:p><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.shalom.it\/wp-content\/uploads\/2023\/09\/ShahakShapira.jpg\" style=\"width: 859.5px;\"><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">(Shahak Shapira, <span style=\"font-style: italic;\">Yolocaust<\/span>, 2017)<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><o:p><\/o:p><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Se Shapira ricontestualizza il luogo della memoria, il fotografo&nbsp;<b>Simcha Shirman<\/b>&nbsp;(Germania, 1947) con un procedimento opposto, preleva un oggetto comune come un cucchiaio, trasportandolo in una dimensione soggettiva che non pu\u00f2 prescindere dal significato iconologico che ognuno di noi gli attribuisce (<i>Whoose Spoon Is It?,<\/i>&nbsp;2011).<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.shalom.it\/wp-content\/uploads\/2023\/09\/Simcha-Shirman.jpg\" style=\"width: 859.5px;\"><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><span lang=\"EN-US\">(Simcha Shirman, <span style=\"font-style: italic;\">Whose Spoon Is It?<\/span> S.S. 470430-110927, 2011. Fotografia \u00a9 Simcha Shirman)<o:p><\/o:p><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Ci sono infine artisti israeliani che si sono adoperati nella realizzazione di memoriali e installazioni permanenti in dialogo con la storia dei luoghi, come&nbsp;<i>l\u2019Omaggio a Walter Benjamin<\/i>&nbsp;di&nbsp;<b>Dani Karavan<\/b>&nbsp;(Tel Aviv, 1930-1922) realizzato a Portbou, dove il grande filosofo tedesco si tolse la vita nel 1940, quando si vide ritirare il passaporto che lo avrebbe salvato dalla persecuzione nazista.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><o:p><\/o:p><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.shalom.it\/wp-content\/uploads\/2023\/09\/danikaravan-scaled.jpg\" style=\"width: 429.75px;\"><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><span lang=\"EN-US\">(Dani Karavan, <span style=\"font-style: italic;\">Man walking on railways<\/span>, Dusseldorf, 1989. <\/span>Installazione video al Museo di Roma &#8211; Palazzo Braschi per la mostra Zakhor \/ Ricorda fino al 12 febbraio 2023)<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Di&nbsp;<b>Micha Ullman<\/b>&nbsp;(Tel Aviv, 1939), invece va citato&nbsp;<i>Library<\/i>&nbsp;(1995) in Bebelplatz a Berlino, luogo di origine dei suoi genitori. In ricordo del rogo dei libri per mano nazista nel 1933, l\u2019artista ha realizzato una libreria sotterranea, visibile dal soffitto in vetro, che non contiene nulla. La scaffalatura vuota, l\u2019assenza di libri ci riporta alla perdita irrimediabile di tutta quella cultura sottratta all\u2019umanit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.shalom.it\/wp-content\/uploads\/2023\/09\/micha-ullman.jpg\" style=\"width: 594.84375px; height: 445.441134px;\"><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: center; margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><span lang=\"EN-US\">(Micha Ullman,&nbsp;<i>Library,<\/i>&nbsp;1995. Bebelplatz, Berlino)<o:p><\/o:p><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\"><o:p><\/o:p><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Come abbiamo avuto modo di vedere, malgrado la trasversalit\u00e0 con cui gli artisti affrontano la memoria della Shoah, in tutti loro l\u2019opera si trasforma in spazio vitale dell\u2019azione, oltre che momento di riflessione.&nbsp;&nbsp;<o:p><\/o:p><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: medium; font-family: Calibri, sans-serif; caret-color: rgb(0, 0, 0); color: rgb(0, 0, 0);\">Per concludere, oggi il timore di Primo Levi di cui abbiamo fatto cenno all\u2019inizio, che la memoria della shoah possa cadere nell\u2019oblio, \u00e8 direttamente proporzionale alla scomparsa dei testimoni. La stessa senatrice Liliana giorni fa ha affermato: \u201cUna come me \u00e8 pessimista e ritiene che tra qualche anno sulla Shoah ci sar\u00e0 una riga sui libri di storia e poi non ci sar\u00e0 nemmeno pi\u00f9 quella\u201d. Dunque sta a noi perpetuare il ricordo usando ogni mezzo a nostra disposizione, e l\u2019arte naturalmente non pu\u00f2 e non deve esimersi da questo compito. Oggi l\u2019arte diviene una nuova forma di documentazione, capace di interrogare il passato attraverso la testimonianza di un presente che non vuole rinunciare alla sua facolt\u00e0 di ricordare.<o:p><\/o:p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1955, a dieci anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, Primo Levi scrisse un breve testo sulla memoria del Lager dichiarando la sua preoccupazione nel \u201ccostatare che, almeno in Italia, l\u2019argomento dei campi di sterminio, lungi dall\u2019essere diventato storia, si avvia alla pi\u00f9 completa dimenticanza\u201d. 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