{"id":62288,"date":"2021-05-02T00:00:00","date_gmt":"2021-05-01T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.shalom.it\/senza-categoria\/la-perenne-crisi-del-modello-ebraico-romano-una-riflessione-di-riccardo-di-segni-b1093911\/"},"modified":"2024-05-31T00:45:46","modified_gmt":"2024-05-30T22:45:46","slug":"la-perenne-crisi-del-modello-ebraico-romano-una-riflessione-di-riccardo-di-segni-b1093911","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.shalom.it\/senza-categoria\/la-perenne-crisi-del-modello-ebraico-romano-una-riflessione-di-riccardo-di-segni-b1093911\/","title":{"rendered":"La perenne crisi del modello ebraico romano &#8211; Una riflessione di Riccardo Di Segni"},"content":{"rendered":"<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">Pochi mesi dopo la liberazione di Roma dai tedeschi un piccolo gruppo di ebrei romani fece la \u2018aliy\u00e0. Nel giro di pochi anni molti di loro rientrarono in Italia. \u00c8 una vicenda non molto nota, su cui esistono alcune preziose testimonianze memorialistiche, ma forse ancora non una ricostruzione storica precisa. Su questa vicenda fa ulteriore luce un libro appena uscito che ho ricevuto, gradito omaggio, dall\u2019amico Maurizio Tagliacozzo; curato da sua sorella Giordana, \u00e8 intitolato Il ritorno di Tosca, Auschwitz &#8211; Roma- Eretz Israel &#8211; Roma, Silvio Zamorani editore, Torino 2021. Di questo libro si parla in altre parti di questo giornale; concentriamoci piuttosto sulla vicenda degli intrepidi \u2018ol\u00ecm. Alcuni di loro riuscirono a inserirsi, ma molti altri no, e tornarono. Non fu per\u00f2 un abbandono dell\u2019ebraismo: loro stessi e i loro discendenti, oltre ad aver fatto carriere importanti nel mondo degli studi e dell\u2019imprenditoria, hanno avuto e continuano ad avere ruoli dirigenziali anche ai massimi vertici dell\u2019ebraismo italiano; un ramo conta dei rabbini noti; e alcuni di quella generazione e dei loro discendenti sono tornati o si sono mossi a vivere in Israele.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">Questa storia sollecita a riflettere su alcune caratteristiche dell\u2019ebraismo romano, che emergono nella difficile lotta per l\u2019integrazione in Eretz Israel. Nel caso di allora si tratt\u00f2 di persone di famiglie borghesi, con un passato di commerci ben avviati, bench\u00e9 rovinati dalla persecuzione e dalla guerra; alcuni avevano compiuto studi universitari che potevano avviarli a professioni liberali. Arrivati in \u201cPalestina\u201d dovettero subito rinunciare ai minimi agi cui erano abituati e rimboccarsi le maniche per sopravvivere. La lingua per molti rappresent\u00f2 un ostacolo insormontabile, e fu difficile adattarsi alla vita di agricoltori nei qibbutzim o di operai nelle fabbriche. Per i giovani le sfide furono differenti: scuole con curricula differenti, socializzazione con coetanei di origini e culture disparate. E poi il problema religioso. Con una selezione grossolana, all\u2019arrivo i ragazzi vennero classificati come dati\u00ecm, religiosi, scegliendo una delle due categorie possibili (l\u2019altra era quella dei non religiosi, chiloniim, laici). Le famiglie da cui provenivano erano attaccate all\u2019ebraismo, tanto pi\u00f9 dopo il trauma della persecuzione, mantenevano tradizioni (si pensi che Tosca in prigionia aveva osservato non solo il Kippur ma anche il 9 di Av); ma il livello di osservanza era lontano dallo standard di coloro che venivano considerati in Israele religiosi: mancava loro la confidenza con i testi tradizionali, l\u2019abitudine alla preghiera quotidiana, l\u2019uso del tall\u00e8d qat\u00e0n (che a Roma veniva chiamato arb\u00e0ng canf\u00f2d ma da pochissimi indossato) e dei tefillin, l\u2019osservanza rigorosa dello shabbat che non si limitasse alla partecipazione alla preghiera dell \u2019arv\u00ect. Per alcuni ragazzi fu il brusco ingresso in un universo nuovo che peraltro non capiva n\u00e9 tollerava il dissenso e la disobbedienza; alcuni accettarono volentieri e si integrarono, altri ebbero reazioni d fuga e rigetto. I genitori se li portarono via per i motivi sociali ed economici sopraddetti; per loro, i genitori, l\u2019impatto con mondi religiosi intensi non era il problema principale, ma per i ragazzi che non vivevano con le famiglie la diversit\u00e0 pesava. Una volta riportati in Italia si ricrearono ciascuno una sua identit\u00e0 religiosa, forse pi\u00f9 vicina a quella dell\u2019ambiente originario che a quella che avevano assaporato in Israele.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">L\u2019avventura palestinese degli anni 1945-47 fu uno dei bruschi impatti dell\u2019ebraismo italiano, e romano in particolare, con la complessit\u00e0 del mondo ebraico. In qualsiasi comunit\u00e0, e quella italiana non fa eccezione, sono rappresentati tutti i modelli possibili di identit\u00e0 ebraica; solo che nella diversit\u00e0 c\u2019\u00e8 sempre un modello prevalente in cui si riconosce la maggioranza delle persone. Quello della maggioranza degli ebrei italiani e romani deriva da una storia del tutto particolare, dalle glorie e sofferenze del passato alle ubriacature emancipatorie in un contesto non ostile e invece seducente: era il modello di mantenimento di tradizioni essenziali (come le feste, la frequentazione sinagogale nel sabato) e di osservanza \u201ctiepida\u201d. Soprattutto dal punto di vista della educazione e degli studi religiosi il quadro era carente; parlando di Roma, dopo l\u2019apertura del Ghetto non c\u2019era stata scuola ebraica fino al 1924, e all\u2019inizio fu solo elementare e frequentata dai meno abbienti, con numero limitato di ore destinato a studi tradizionali. D\u2019altra parte, anche stando nel tiepido modello prevalente non ci si poteva definire irreligiosi o laici. Per cui, nell\u2019incontro con altri mondi, gli ebrei romani si scoprirono troppo poco religiosi rispetto ai religiosi e fin troppo religiosi per i laici.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">A distanza di tre quarti di secolo da quegli avvenimenti ci si aspetterebbero cambiamenti radicali rispetto a questo schema. In effetti niente sembrerebbe come prima: dopo le immigrazioni in Italia di ebrei che hanno portato dai loro paesi mentalit\u00e0 e modelli identitari diversi e talora pi\u00f9 intensi; dopo le ondate di aliy\u00f2t italiane e i continui scambi con chi vive, lavora e studia in Israele; in un mondo in cui si circola ampiamente e liberamente e si visitano realt\u00e0 ebraiche diverse; con la rivoluzione digitale che ci fa conoscere e comunicare con testi, video e persone di altri mondi; con la crescita delle strutture educative formali e non formali, nelle scuole e nelle sinagoghe decentrate.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">Eppure il problema della difficile integrazione continua a presentarsi, come si \u00e8 visto recentemente con l\u2019esperimento di Na\u2019al\u00e8, una organizzazione israeliana paragovernativa che seleziona giovani in et\u00e0 liceale e li mantiene agli studi in Israele in strutture collegiali, per facilitarne l\u2019inserimento e la futura aliy\u00e0. Per alcuni dei nostri giovani \u00e8 stato difficile o impossibile trovare una scuola israeliana confacente al proprio modello, perch\u00e9 l\u2019alternativa era o una scuola \u201claica\u201d o una scuola religiosa.&nbsp;<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">Di nuovo, e dopo tanto tempo, lo strano modello nostrano entra in conflitto con realt\u00e0 e pensieri che non propongono vie di mezzo e fanno una distinzione netta tra le realt\u00e0, per cui si pu\u00f2 stare o di qua o di l\u00e0. Se noi seguiamo una via di mezzo, la causa \u00e8 prima di tutto nei numeri, per noi troppo piccoli, che non ci permettono di fare ulteriori divisioni; ma \u00e8 anche nel modo di pensare, che sembra essere tollerante per la diversit\u00e0 e la scelta personale, o che evita ogni tipo di \u201cesagerazione\u201d.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">C\u2019\u00e8 da chiedersi allora se il modello che ci portiamo addosso sia buono, da difendere, addirittura da esportare, o piuttosto se non sia da modificare. Certamente il nostro modello ha dei punti a favore notevoli, \u00e8 \u201cinclusivo\u201d, ci fa sentire comunit\u00e0 al di sopra delle differenze, demolisce barriere che potrebbero avere effetti repulsivi di allontanamento.&nbsp;&nbsp;La nostra \u00e8 la risposta locale, dovuta non so se a necessit\u00e0 o saggezza, alla domanda di se e come sia possibile mettere insieme tante diversit\u00e0. Invece la risposta prevalente in molte comunit\u00e0 del mondo e in terra d\u2019Israele \u00e8 che ognuno se ne stia per conto proprio. Se il tuo bet hakeneset \u00e8 troppo rigido o troppo poco rigido, me ne faccio uno come voglio io. Se la tua scuola si basa su principi che non condivido, non cerco di cambiare la scuola o di trovare un compromesso, mi faccio la mia scuola.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">D\u2019altra parte bisogna capire che la necessit\u00e0 di stare tutti insieme non deve comportare ogni possibile compromesso. Dentro a un bet hakeneset ortodosso vanno rispettate certe regole. Se le si cambiano, oltre certi limiti, non sar\u00e0 pi\u00f9 un bet hakeneset ortodosso. Sull\u2019impostazione didattica di una scuola e sui suoi programmi di formazione ebraica vi possono essere punti di vista molto differenti. La richiesta, fatta da molte famiglie, di ridurre all\u2019osso gli studi ebraici, contrasta con quella di molte altre famiglie che vorrebbero studi pi\u00f9 intensi. Se si dovessero ascoltare i primi si arriverebbe (o si rimarrebbe) a un appiattimento in basso. Allora i casi sono due: o la scuola comunitaria ebraica risponde alle richieste esigenti, o si avr\u00e0 un\u2019altra scuola privata non comunitaria che assorbir\u00e0 il pubblico di un certo tipo, con buona pace dell\u2019ideale della convivenza e dell\u2019unit\u00e0. Senza andare tanto lontano, a Milano questa \u00e8 una realt\u00e0 da anni, e a Roma lo sta diventando. Insomma il modello unitario non deve portare all\u2019appiattimento e alla perdita dei valori di cui la comunit\u00e0 come istituzione si deve fare promotrice. Deve stare al passo con i tempi, deve guarire dalla malattia italiana del provincialismo, deve confrontarsi con il mondo ebraico. Se le nostre scuole devono essere concorrenziali con quelle non ebraiche nella qualit\u00e0 dei risultati formativi da spendere nel mercato degli studi e del lavoro, lo devono essere altrettanto nella qualit\u00e0 della formazione ebraica. I giovani che nel 1945 approdavano da Roma in Palestina erano, malgrado la loro origine e l\u2019identit\u00e0 tradizionale, ebraicamente analfabeti. Bisogna impedire che questo succeda ancora nel 2021.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">In molti ambienti della nostra comunit\u00e0 questa esigenza \u00e8 vista come estremismo religioso, una perniciosa influenza di qualche matto venuto da fuori e vestito di nero. Ma la scelta individuale di crearsi il proprio ebraismo come lo si vuole, e la reazione all\u2019intolleranza e all\u2019incomprensione altrui che spesso vengono anche da ambienti \u201creligiosi\u201d (ma l\u2019intolleranza \u00e8 malattia comune) non devono avere un effetto distruttivo sulle nostre istituzioni. N\u00e9 ci si pu\u00f2 adagiare sull\u2019immagine per alcuni confortante del \u201ccos\u00ec era\u201d.&nbsp;&nbsp;Perch\u00e9 non \u00e8 confortante, perch\u00e9 quello che si ricorda \u00e8 durato poco, \u00e8 cambiato in continuazione e spesso \u00e8 stato il prodotto di fattori esterni negativi. E poi, detto chiaramente, non ci si pu\u00f2 vantare, come ebrei, della propria ignoranza e analfabetismo ebraico e farla diventare un modello. O vantarsi e difendere le proprie tradizioni e specificit\u00e0 (cosa opportuna) ma senza sapere o capire di che si tratta.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">La sfida \u00e8 quella di trovare il difficile equilibrio che tuteli da una parte i valori dell\u2019unit\u00e0, della non frammentazione, della convivenza, che sono propri della parte migliore della nostra cultura, ma che dall\u2019altra garantisca un\u2019offerta comunitaria credibile a chi vuole vivere e trasmettere un ebraismo pi\u00f9 radicale.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">Qualcuno si lamenta che questa sia una richiesta verticistica. Angelo Sermoneta (Baffone), che esprime con forza e arguzia nei suoi quotidiani interventi sui social lo spirito dell\u2019antica Piazza, scrive che \u201cper costruire si parte dal basso in alto, no dall\u2019alto in basso; l\u2019estremismo religioso non porta da nessuna parte\u201d. Teoricamente ha ragione, ma non si rende conto che \u201cil basso\u201d \u00e8 cambiato e chiede esso stesso di costruire; che se \u201cl\u2019alto\u201d non porta progettualit\u00e0 non si capisce a cosa serve; e che non si pu\u00f2 bollare di estremismo la richiesta di una maggiore consapevolezza culturale e di pratica religiosa ebraica, dopo la voragine creata per secoli dalla persecuzione della Chiesa, dall\u2019illusione patriottica e da tutto ci\u00f2 che ha portato lontano dall\u2019ebraismo gli ebrei romani. Se come ebrei romani siamo ancora al centro dell\u2019interesse dell\u2019ebraismo mondiale e israeliano lo dobbiamo alla nostra storia, alla nostra collocazione geopolitica, al fatto che sappiamo \u201cvendere\u201d bene le nostre specificit\u00e0, ma nella sostanza tutto questo \u00e8 abbastanza marginale, spesso solo folkloristico, e non sar\u00e0 quello che garantir\u00e0 la nostra continuit\u00e0 futura. Roma ebraica fa notizia, pensiamoci bene, quando il papa ci fa gli auguri per Rosh haShan\u00e0, per quando manifestiamo per Israele, per quando a Oshaana Rabb\u00e0 affolliamo il Tempio, per i carciofi alla giudia, ma non per le nostre proposte culturali, che non esistono, al mondo ebraico.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 0.0001pt;font-size: medium;font-family: Calibri, sans-serif;text-align: justify\">Quello che serve alla nostra comunit\u00e0 \u00e8 un ripensamento totale nell\u2019investimento educativo. Abbiamo bisogno di tanti nuovi insegnanti che abbiano la capacit\u00e0 di spiegarsi, di attrarre senza coercizione, di mostrare comportamenti esemplari; e abbiamo bisogno di amministratori con grandi visioni e volont\u00e0 di investimenti. Su questo bisogna lavorare, per riportare la nostra comunit\u00e0 al centro della vita e della produzione culturale ebraica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pochi mesi dopo la liberazione di Roma dai tedeschi un piccolo gruppo di ebrei romani fece la \u2018aliy\u00e0. Nel giro di pochi anni molti di loro rientrarono in Italia. \u00c8 una vicenda non molto nota, su cui esistono alcune preziose testimonianze memorialistiche, ma forse ancora non una ricostruzione storica precisa. 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