{"id":136015,"date":"2026-06-30T07:27:08","date_gmt":"2026-06-30T05:27:08","guid":{"rendered":"https:\/\/www.shalom.it\/?p=136015"},"modified":"2026-06-30T07:27:08","modified_gmt":"2026-06-30T05:27:08","slug":"le-madri-della-repubblica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.shalom.it\/italia\/le-madri-della-repubblica\/","title":{"rendered":"Le Madri della Repubblica"},"content":{"rendered":"<p class=\"p1\">Il 2 giugno scorso, dal Quirinale, Paola Cortellesi ha ricordato Irma Bandiera, fucilata a ventinove anni, che scriveva alla madre prima di morire che era caduta perch\u00e9 quelli che sarebbero venuti dopo potessero vivere liberi. Ha ricordato che questa Repubblica nacque anche dal voto delle donne \u2014 per la prima volta, in quella giornata di ottant\u2019anni fa. E ha detto che ci sono promesse fatte a donne coraggiose che non sono ancora state mantenute.<\/p>\n<p class=\"p1\">Quella storia, per\u00f2, non appartiene solo a chi oggi la racconta. Appartiene a chi l\u2019ha vissuta e scritta: le <b>ventuno<\/b> donne elette all\u2019Assemblea Costituente nel 1946, i cui nomi sono rimasti troppo a lungo nell\u2019ombra.<\/p>\n<p class=\"p1\"><b>Da dove venivano<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\">Per capire chi erano, bisogna capire da dove venivano. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica: furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato \u00abnaturale\u00bb \u2014 moglie, madre, custode del focolare. La propaganda fascista non si limitava a escluderle: le convinceva che quell\u2019esclusione fosse la loro vocazione.<\/p>\n<p class=\"p1\">Eppure qualcosa resisteva. Quattordici delle ventuno costituenti elette erano laureate, la maggior parte lavorava, diverse venivano dalla Resistenza. Nell\u2019aula portarono non solo idee \u2014 portarono vite. Vite che avevano conosciuto la guerra, il clandestino, il confino, la fabbrica, la fame. Una considerazione non sentimentale, ma <b>epistemica<\/b>: sapevano cose che i colleghi maschi non sapevano. Avevano visto angoli della realt\u00e0 italiana che la politica del tempo continuava a ignorare.<\/p>\n<p class=\"p1\"><b>Il 2 giugno 1946<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\">L\u201989% delle aventi diritto si rivers\u00f2 alle urne: dodici milioni di donne contro undici milioni di uomini. Non era timidezza. Era una risposta \u2014 piena, sonante, inequivocabile \u2014 a vent\u2019anni di esclusione. Da quel voto uscirono elette, su cinquecentocinquantasei seggi totali, ventuno donne, da forze politiche diverse: nove dal Partito Comunista, nove dalla Democrazia Cristiana, due dal Partito Socialista, una dal Fronte dell\u2019Uomo Qualunque.<\/p>\n<p class=\"p1\"><i>Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Maria De Unterrichter Jervolino, Teresa Mattei, Lina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.<\/i><\/p>\n<p class=\"p1\">Meno del quattro percento. Eppure la loro traccia nella Costituzione \u00e8 sproporzionata rispetto al numero: la qualit\u00e0 di una presenza non si misura con i seggi occupati, ma con la profondit\u00e0 delle domande che si \u00e8 capaci di portare dentro un\u2019aula.<\/p>\n<p class=\"p1\"><b>Teresa Mattei e le due parole che cambiarono tutto<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\">Aveva venticinque anni quando fu eletta. Aveva combattuto nelle brigate garibaldine del Fronte della Giovent\u00f9. Il suo contributo pi\u00f9 duraturo alla Costituzione fu l\u2019aggiunta, nell\u2019articolo 3, di <b>\u00abdi fatto\u00bb<\/b>: non basta dichiarare che tutti sono uguali, bisogna riconoscere che <i>di fatto<\/i> non lo sono, e impegnarsi a rimuovere gli ostacoli che perpetuano quella disuguaglianza. Due parole che trasformano un principio astratto in un mandato concreto.<\/p>\n<p class=\"p1\">Mattei si batt\u00e9 anche perch\u00e9 fosse affermato il diritto delle donne ad accedere ad ogni grado della Magistratura. Perse. Le donne vi entrarono solo nel 1963 \u2014 sedici anni dopo. La sua lucidit\u00e0 nell\u2019individuare le contraddizioni della realt\u00e0 quotidiana conserva ancora oggi tutta la sua forza:<\/p>\n<p class=\"p1\"><i>\u00abVi sono in Italia innumerevoli casi di lavoratrici costrette ad una vita familiare irregolare, numerose madri di figli illegittimi, solo perch\u00e9, per non perdere il pane, devono rinunciare a contrarre regolare matrimonio.\u00bb<\/i><\/p>\n<p class=\"p1\">Stava descrivendo donne reali, in carne e ossa, che la politica maschile della Repubblica nascente faticava a vedere perch\u00e9 non aveva mai vissuto in quei corpi, in quelle case.<\/p>\n<p class=\"p1\"><b>Lina Merlin: la prima parola dell\u2019articolo 3<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\">Cinquantanove anni, socialista veneta, anni di confino alle spalle. A lei \u00e8 attribuito il merito di aver inserito nell\u2019articolo 3, come <i>primo<\/i> tra i fattori di discriminazione vietati, le parole <b>\u00abdi sesso\u00bb<\/b>. Prima della sua proposta, il testo prevedeva gi\u00e0 l\u2019elenco delle distinzioni proibite \u2014 razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Merlin aggiunse il sesso. E lo mise al primo posto. Fu una scelta precisa: la discriminazione di genere non \u00e8 una questione laterale \u2014 \u00e8 la prima, la pi\u00f9 antica, la pi\u00f9 pervasiva delle discriminazioni.<\/p>\n<p class=\"p1\">La Legge Merlin \u2014 approvata nel 1958 dopo un decennio di battaglie parlamentari, che aboliva le case chiuse e introduceva i reati di sfruttamento della prostituzione \u2014 \u00e8 l\u2019emblema di una tenacia rara. Ai colleghi che sostenevano la necessit\u00e0 di \u00abregolamentare\u00bb, Merlin rispondeva con chiarezza: <i>\u00abRegolamentare la prostituzione non significa incanalarla perch\u00e9 non dilaghi, ma organizzarla e favorirla.\u00bb<\/i> Una frase modernissima: il dibattito che descrive non \u00e8 mai stato chiuso.<\/p>\n<p class=\"p1\"><b>Nilde Iotti e la famiglia come pari dignit\u00e0<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\">Ventisei anni il 2 giugno 1946. Partigiana emiliana. Sarebbe diventata, nel 1979, la prima donna a presiedere la Camera dei deputati. In Assemblea Costituente fu nominata relatrice sul tema della famiglia, e propose una visione radicalmente nuova: non la struttura gerarchica dove il marito detiene la potest\u00e0 sulla moglie, ma l\u2019unione fondata sulla <b>parit\u00e0 morale e giuridica dei coniugi<\/b>.<\/p>\n<p class=\"p1\">L\u2019articolo 29 sanc\u00ec quell\u2019uguaglianza. Ma attese fino al 1975 per trovare attuazione nella riforma del diritto di famiglia \u2014 quasi trent\u2019anni in cui il principio esisteva sulla carta e nella vita reale il marito continuava ad avere potest\u00e0 legale sulla moglie. Iotti combatt\u00e9 anche per i figli nati fuori dal matrimonio: l\u2019equiparazione effettiva fu completata solo nel 2012.<\/p>\n<p class=\"p1\"><b>Teresa Noce: il lavoro come giustizia<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\">Operaia tessile torinese, sindacalista, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti. Fu la principale architetta dell\u2019articolo 37: la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parit\u00e0 di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. La sua voce in aula era netta: <i>\u00abNon chiediamo privilegi, chiediamo giustizia.\u00bb<\/i><\/p>\n<p class=\"p1\">Eppure anche l\u00ec rimase una crepa. La formula dell\u2019<i>\u00abessenziale funzione familiare\u00bb<\/i> entr\u00f2 nel testo definitivo, cristallizzando un assetto del lavoro domestico ancora oggi irrisolto. Le costituenti sapevano che era un compromesso \u2014 lo accettarono perch\u00e9 senza di esso non avrebbero ottenuto nemmeno la parit\u00e0 salariale. Ma quella parola, <i>\u00abessenziale\u00bb<\/i>, rest\u00f2 l\u00ec come una crepa nel muro.<\/p>\n<p class=\"p1\"><b>La rivoluzione concettuale pi\u00f9 profonda<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\">Le ventuno provenivano da culture politiche profondamente diverse \u2014 comuniste e democristiane, socialiste e qualunquiste. Eppure su un punto trovarono voce comune: i diritti delle donne non sono diritti di una categoria, sono diritti dell\u2019umanit\u00e0. Escludere met\u00e0 della popolazione dalla vita pubblica non \u00e8 solo un\u2019ingiustizia verso quella met\u00e0 \u2014 \u00e8 una menomazione del corpo politico intero.<\/p>\n<p class=\"p1\">La loro rivoluzione concettuale pi\u00f9 profonda fu portare la <b>sfera del \u00abprivato\u00bb sotto la luce del diritto pubblico<\/b>. La famiglia, il corpo, la maternit\u00e0, la violenza nelle mura di casa \u2014 tutto ci\u00f2 che la politica aveva sempre considerato materia \u00abprivata\u00bb divenne oggetto della Carta fondamentale. Non ci sono domini della vita che possano essere lasciati all\u2019arbitrio del pi\u00f9 forte. La legge segue il corpo. La legge entra nella casa.<\/p>\n<p class=\"p1\"><b>Le promesse non ancora mantenute<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\">L\u2019articolo 3 promette che la Repubblica rimuove gli ostacoli al pieno sviluppo della persona. La violenza di genere miete in Italia circa cento vittime l\u2019anno. L\u2019articolo 37 promette parit\u00e0 salariale: il gender pay gap si attesta tra il 13 e il 16 percento. L\u2019articolo 51 promette parit\u00e0 nell\u2019accesso alle cariche elettive: le donne in Parlamento oggi sono circa il 35 percento \u2014 un record storico, ottant\u2019anni dopo.<\/p>\n<p class=\"p1\">Queste cifre non sono un fallimento della Costituzione: sono la prova che la Costituzione era <b>pi\u00f9 avanti della societ\u00e0 che la stava scrivendo<\/b>. Le madri costituenti avevano piantato dei paletti nel terreno \u2014 paletti verso i quali la realt\u00e0 ha camminato, lentamente, a volte tornando indietro.<\/p>\n<p class=\"p1\">Il 1\u00b0 gennaio 1948, quando la Costituzione entr\u00f2 in vigore, Angiola Minella scrisse sul suo diario: <i>\u00abSi \u00e8 realizzato il mio sogno, la Costituzione entra in vigore&#8230; \u00e8 anche la Costituzione delle donne.\u00bb<\/i> <b>\u00abAnche.\u00bb<\/b> Non <i>solo<\/i>, non <i>finalmente<\/i>, non <i>compiutamente<\/i>. <i>Anche<\/i>. Una parola che contiene tutto: la soddisfazione di avercela fatta e la consapevolezza che non bastava. Che era un inizio, non un punto di arrivo.<\/p>\n<p class=\"p1\"><b>Un mandato per il presente<\/b><\/p>\n<p class=\"p1\">Ottant\u2019anni fa, ventuno donne entrarono in un palazzo che non era stato costruito per loro, si sedettero in un\u2019aula dove erano minoranza, e scrissero parole che ancora oggi proteggono milioni di persone.<\/p>\n<p class=\"p1\">Recuperare i nomi di Teresa Mattei, Nilde Iotti, Lina Merlin, Teresa Noce dall\u2019ombra in cui sono rimasti a lungo non \u00e8 un atto puramente memoriale. \u00c8 un atto politico. Ogni volta che il nome di una donna viene restituito alla storia, si restituisce visibilit\u00e0 a una genealogia. E le genealogie contano: dicono chi siamo e da dove veniamo, e quindi \u2014 cosa \u00e8 lecito pretendere.<\/p>\n<p class=\"p1\">Le promesse non mantenute non sono un\u2019accusa rivolta al passato. Sono un <b>mandato per il presente<\/b>.<\/p>\n<p><em>Foto credit: Presidenza della Repubblica \/ Quirinale.it<\/em><\/p>\n<div class=\"adL\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ventuno donne, meno del quattro percento dell\u2019aula. 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