{"id":123071,"date":"2025-12-07T00:01:08","date_gmt":"2025-12-06T23:01:08","guid":{"rendered":"https:\/\/www.shalom.it\/?p=123071"},"modified":"2025-12-06T19:02:48","modified_gmt":"2025-12-06T18:02:48","slug":"la-settimana-di-israele-parole-e-fatti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.shalom.it\/israele\/la-settimana-di-israele-parole-e-fatti\/","title":{"rendered":"La settimana di Israele: Parole e fatti"},"content":{"rendered":"<p><strong>I rapporti con l\u2019Europa<\/strong><br \/>\nIn politica, in particolare in quel difficile labirinto che \u00e8 la politica mediorientale, bisogna guardare ai fatti e non alle parole (anche se talvolta, ovviamente, la parole sono fatti). Questo vale anche per un tema delicato come i rapporti fra Israele e l\u2019Europa. A parole (o nei voti all\u2019Assemblea Generale e alle agenzie dell\u2019Onu, che hanno in genere solo il valore di chiacchiere propagandistiche), la maggior parte dei paesi europei si schiera con pi\u00f9 o meno forza per la costituzione di uno stato palestinese, o addirittura il suo riconoscimento, come se ci fosse gi\u00e0. Cio\u00e8 si mette nella posizione di premiare Hamas e di punire Israele. Nei fatti i rapporti sono diversi, salvo l\u2019eccezione di Spagna, Irlanda, Olanda e Slovenia, che sostengono davvero il terrorismo palestinese. Due fatti accaduti la settimana scorsa testimoniano questa diversa posizione.<\/p>\n<p><strong>Il sistema antimissile israeliano che protegge Berlino<\/strong><br \/>\nIl primo \u00e8 l\u2019inaugurazione del sistema israeliano Arrow 3 vicino a Berlino. Si tratta di un antimissile concepito per distruggere nella stratosfera i missili balistici anche intercontinentali, che nel caso di Israele costituisce il terzo strato della sua difesa missilistica. La Germania ha pagato circa 4 miliardi di euro (la pi\u00f9 grande commessa per l\u2019industria bellica israeliana) per 3 batterie di lancio (ciascuna con 4 lanciatori e 6 missili pronti al fuoco), radar e sensori, addestramento del personale e manutenzione per decenni, integrazione con altri sistemi in uso in Europa come IRIS-T e Patriot. Ogni singolo missile intercettore Arrow 3 costa oltre 3 milioni di dollari, ma questo \u00e8 escluso dal costo base del sistema. E\u2019 questa la prima volta che un sistema israeliano cos\u00ec avanzato viene istallato fuori da Israele e dagli Usa. Ci\u00f2 testimonia un livello di collaborazione militare fra lo stato leader dell\u2019Unione Europea e Israele molto avanzato, che non \u00e8 stato affatto incrinato dall\u2019embargo di forniture d\u2019armi allo stato ebraico proclamato dalla Germania l\u20198 agosto scorso e poi ritirato il 24 novembre, ma \u00e8 proseguito anche durante questo periodo. E ora molte nazioni pensano a difese dello stesso tipo. Il nostro ministro della difesa Crosetto ha accennato a un costo analogo (4,4 miliardi) per il progetto di uno scudo per l\u2019Italia. Bisogna chiedersi da chi ce lo faremo costruire, dato che \u00e8 escluso che se ne possa inventare uno partendo da zero. I fornitori possibili in Occidente oggi sono due, Israele e gli Usa&#8230;<\/p>\n<p><strong>La difesa della Grecia<\/strong><br \/>\nLa controprova \u00e8 il secondo fatto, un po\u2019 pi\u00f9 piccolo ma in parte analogo. E\u2019 stata annunciata nei giorni scorsi l\u2019esistenza di una trattativa fra Grecia e Israele per l\u2019acquisto o lo sviluppo congiunto di sistemi israeliani come Iron Dome (per minacce a corto raggio), David&#8217;s Sling (medio raggio) e Barak MX, con lo scopo di creare una &#8220;cupola&#8221; di difesa integrata contro missili, droni e aerei per un costo superiore ai 2 miliardi di euro. La commessa non \u00e8 ancora stata firmata ma un passo concreto recente \u00e8 l&#8217;acquisto da 758 milioni di dollari di sistemi PULS (lanciarazzi multipli) dall&#8217;israeliana Elbit Systems, annunciato a maggio scorso, che potrebbe essere il primo tassello di questa partnership. Bisogna notare che nell\u2019opinione pubblica greca vi sono forti e tradizionali correnti anti-israelane, mentre il governo e l\u2019esercito conservano ottimi rapporti con lo stato ebtraico. Infatti il nemico che teme la Grecia \u00e8 la Turchia, che in questi ultimi anni si \u00e8 sempre pi\u00f9 violentemente schierata contro Israele e sta cercando di sostituire l\u2019Iran nel sostegno delle iniziative terroristiche in Siria a Gaza e anche a Gerusalemme. Nel frattempo Israele sta andando avanti con il rinnovamento tecnologico della difesa. A giorni entrer\u00e0 in servizio accanto a Iron Dome il nuovo laser capace di abbattere droni ostile a scarso costo e con enorme efficienza. L\u2019esercito israeliano ha anche appena annunciato la costituzione di una nuovo struttura per organizzare difesa e attacco con l\u2019Intelligenza Artificiale.<\/p>\n<p><strong>Libano e Siria<\/strong><br \/>\nLa differenza fra parole e fatti si riconosce anche a diverso livello nelle dinamiche belliche intorno a Israele. Vi \u00e8 il problema del Libano, che a parole continua a definirsi in guerra con Israele, ma che non ne pu\u00f2 pi\u00f9 di dipendere dall\u2019Iran, che domina il paese dei cedri via Hezbollah. Quando Israele attacca dal cielo (e prossimamente forse anche da terra) le roccaforti che i terroristi cercano di ricostruire, il governo libanese protesta per la violazione della sua sovranit\u00e0; ma in concreto sa che la distruzione del gruppo terrorista \u00e8 la condizione per riacquistare questa sovranit\u00e0. Tanto che nei giorni scorsi c\u2019\u00e8 stato il primo incontro politico ufficiale tenutosi da decenni fra delegazioni libanesi e israeliane, nella prospettiva di cercare una via per la pace e la normalizzazione dei rapporti. Vanno un po\u2019 all\u2019inverso le cose con la Siria. Il regime ostenta ragionevolezza e diplomazia, ma sul terreno d\u00e0 spazio vicino a Israele a gruppi terroristi, che attentano anche alla sopravvivenza di drusi e cristiane. Il nuovo dittatore siriano Al Jolani piace a Trump e dunque Netanyahu, che si sforza di continuare a lavorare al meglio con il presidente Usa, ha dichiarato di non escludere che si possa arrivare a un negoziato. Ma le condizioni dell\u2019accordo (i fatti) sono l\u2019incolumit\u00e0 dei drusi, il disarmo di tutta la regione di confine fin quasi a Damasco e la permanenza delle truppe israeliane sui punti strategici occupati l\u2019anno scorso.<\/p>\n<p><strong>Gaza: che seconda fase?<\/strong><br \/>\nAnche a Gaza i fatti sono diversi dalle parole. Trump ha parlato di recente di inizio della fase due della tregua, che vorrebbe dire il disarmo di Hamas, lo stabilirsi di un\u2019amministrazione tecnica sostenuta da una forza militare internazionale, il ritiro israeliano e l\u2019inizio della ricostruzione. Ma Hamas ha detto chiaramente che non vuole disarmare, che i militari stranieri sarebbero degli occupanti che esso combatterebbe e che vuol continuare a controllare il governo del territorio, anche senza comparirvi formalmente. Il problema \u00e8 dunque chi andrebbe a disarmare Hamas (che \u00e8 la condizione fondamentale di tutto il resto)? Non gli Usa, perch\u00e9 Trump tutto vuole salvo avere dei soldati all\u2019estero a rischio di attentati. Non certo gli europei o i paesi arabi moderati, che temono anch\u2019essi stragi terroriste. Non gli amici di Hamas come Qatar e Turchia, che non lo disarmerebbero affatto e su cui quindi Israele ha posto il veto. Le sole forze oggi capaci di disarmare Hamas e disposte a correre i rischi che l\u2019operazione comporta, sono quelle israeliane. Ma cos\u00ec non saremmo affatto alla fase due delle tregua, semmai alla ripresa della guerra. Nessuno sa come si evolver\u00e0 il problema, che \u00e8 evidentemente centrale per la fiune della guerra. La sola certezza \u00e8 che Netanyahu e Trump ne dovranno parlare nel nuovo incontro previsto (il quarto dell\u2019anno, un record assoluto) e programmato per il 29 dicembre.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I rapporti con l\u2019Europa In politica, in particolare in quel difficile labirinto che \u00e8 la politica mediorientale, bisogna guardare ai fatti e non alle parole (anche se talvolta, ovviamente, la parole sono fatti). Questo vale anche per un tema delicato come i rapporti fra Israele e l\u2019Europa. 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