Skip to main content

Ultimo numero Marzo – Aprile 2026

Speciale Pesach 5786

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    Cultura

    Memoria e materia nella personale di Marina Ortona da Apolloni

    Alla Galleria W. Apolloni, fino al 21 giugno, la personale di Marina si impone come una mostra intima, capace di trasformare la memoria privata in una geografia emotiva universale. L’esposizione, prevalentemente di ceramiche, si presenta come un attraversamento del ricordo, un viaggio dentro le stanze dell’infanzia e dell’identità, dove la materia (argilla, gres, porcellana, smalti) diventa archivio sentimentale e linguaggio della sopravvivenza.

    Marina Ortona, nata a Tripoli e costretta a lasciare la Libia durante il pogrom del 1967 quando era una bambina, costruisce un racconto che non indulge mai nella nostalgia illustrativa. Al contrario, la memoria si deposita nelle opere come una sedimentazione lenta, quasi geologica. Ogni lavoro sembra emergere dalla terra come un reperto scavato, inciso, consumato dal tempo e dalla luce. Ed è evidente quanto la ceramica, per l’artista, non sia semplice tecnica ma destino. “L’argilla ha scelto me”, racconta, ricordando il casuale ingresso nella Scuola d’Arti e Mestieri di via di San Giacomo nel catalogo della mostra curato da Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli. E in effetti nelle sue opere si avverte un rapporto fisico, quasi biologico, con la materia.

    Tra i nuclei più intensi della mostra vi è certamente Le mie persiane. Qui il ricordo infantile si fa architettura emotiva. Le persiane di Tripoli non sono soltanto oggetti domestici destinati a proteggere dal sole africano e dalla calura mediterranea ma diventano membrane della memoria, soglie tra interno ed esterno, tra sicurezza e minaccia. Da quegli spazi filtra una luce sottile, tagliente, che si deposita sulle pareti come una ferita. La bambina costretta a restare chiusa in casa durante i giorni del pogrom osservava il mondo attraverso interstizi minimi, fenditure di luce e paura. Oggi quelle aperture diventano simboli potentissimi: spazi aperti e insieme negati, varchi del ricordo attraverso cui riaffiora un’infanzia felice e improvvisamente strappata. È forse proprio qui che la mostra raggiunge la sua nota più alta, nella capacità di rendere visibile la fragilità del ricordo senza mai trasformarlo in retorica. Marina Ortona racconta inoltre che questo lavoro non è concluso, ma destinato a proseguire: «C’è un’opera che devo ancora realizzare, che sarà la prosecuzione delle Persiane. Quelle esposte oggi sono chiuse; le prossime saranno socchiuse, perché lasceranno intravedere ciò che c’era dietro: gli arabi con i fucili, l’ultima immagine vista prima della partenza».

    Commoventi anche le celebri Bitte, forse le opere più direttamente legate alla memoria dell’esilio. Sagome essenziali, quasi totemiche, sulle quali l’artista incide la parola “Tripoli”. Le bitte sono l’ultima cosa che resta sulla riva quando una nave salpa, sono simboli di attesa, di partenza, di radicamento impossibile. Custodiscono il mare della fuga e della nostalgia. Sembrano ascoltare in silenzio le storie di chi è partito senza poter tornare.

    Di straordinaria forza simbolica è anche Bereshit, una delle opere più riuscite dell’esposizione. La scultura, quasi una cittadella arcaica scavata nella materia, appare come un frammento archeologico sopravvissuto ai secoli, evocando Gerusalemme, la Torre di David, ma anche le architetture impossibili di Escher, per quel suo intreccio di aperture, passaggi nascosti e connessioni che sembrano sfidare la logica dello spazio reale. Qui la materia assume un valore quasi cabalistico poiché le lettere non sono mera decorazione, ma diventano principio generativo dando forma allo spazio, proprio come nella tradizione ebraica la Creazione prende avvio dalla parola divina Bereshit, “In principio” con cui si apre la Torah.

    Infine, le scarpette da danza, è un altro nucleo sorprendente della mostra. Marina Ortona ama il balletto fin da giovane e quando chiese al suo amico coreografo Mario Piazza di farle osservare le lezioni nella sua scuola, cominciò a studiare le pose delle ballerine, le tensioni dei tendini, gli equilibri precari sulle punte. Le sue scarpette in ceramica non sono nature morte, ma corpi assenti che continuano a muoversi trattenendo la memoria del gesto, come se la danza sopravvivesse alla figura umana.

    Alla fine del percorso rimane una sensazione precisa: Tripoli, nelle opere di Marina Ortona, non è soltanto una città perduta. È una stanza interiore che continua a esistere nei dettagli più minuti (una persiana socchiusa, una bitta sul porto, una colonna intravista da bambina) e che l’artista restituisce con una delicatezza capace di trasformare la memoria individuale in esperienza collettiva.

    Giorgia Calò, Direttore del Centro di Cultura Ebraica

    CONDIVIDI SU: