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    Cultura

    “Richard Avedon: il volto del tempo” in mostra a Montreal

    Il Museum of Fine Arts di Montreal ospita la mostra “Richard Avedon: Immortal. Portraits of Aging, 1951–2004” in cui sono riuniti quasi cento ritratti del celebre fotografo americano che si concentrano sul tema universale, ma raramente affrontato, dell’invecchiamento. L’allestimento evita spettacolarizzazioni inutili: il silenzio delle sale amplifica il dialogo intimo tra spettatore e soggetto fotografato, lo spazio bianco tipico dei fondali avedoniani elimina ogni distrazione: rimane soltanto l’essere umano davanti al tempo.

    Richard Avedon era nato a New York nel 1923 in una famiglia ebraica di origine russa: il padre Jacob Israel lavorava nel settore dell’abbigliamento, la madre Anna possedeva una forte sensibilità artistica. L’ambiente ebraico newyorkese ha influenzato profondamente la sua visione dell’identità, della memoria e della fragilità umana, temi ricorrenti nei suoi ritratti. Per oltre mezzo secolo, Richard Avedon ha fotografato i segni del tempo sui volti di artisti, scrittori, musicisti, attori, politici e persone comuni: non cercava la bellezza idealizzata, né l’illusione glamour tipica della fotografia editoriale del Novecento, metteva invece in primo piano rughe, pieghe della pelle, occhi stanchi, cicatrici della vita. Era una scelta estetica ma anche etica. Negli anni in cui la fotografia di moda tendeva a ‘correggere’ il volto umano attraverso luci morbide, filtri e ritocchi, Richard Avedon fece l’opposto: rese l’età visibile, il suo obiettivo non nascondeva nulla. Questa radicale sincerità fu considerata scandalosa rispetto agli standard dell’epoca eppure, ciò che emerge dalle immagini non è crudeltà è piuttosto una forma di compassione severa. Richard Avedon comprendeva che il volto umano è un archivio di esperienze: dolore, sopravvivenza, desiderio, fallimento, resistenza, i suoi ritratti non celebrano la giovinezza eterna, ma la dignità della fragilità.

    L’esposizione, che rimarrà aperta fino al 9 agosto, attraversa più di cinquant’anni di storia culturale americana e internazionale.  Molte fotografie colpiscono per la loro frontalità quasi brutale: celebre è il ritratto di Marcel Duchamp del 1958 in cui il padre del dadaismo appare vulnerabile e ironico, sospeso tra lucidità intellettuale e decadenza fisica. Altrettanto potente è l’immagine di Toni Morrison del 2003, in cui il volto della scrittrice sembra scolpito dalla memoria e dalla coscienza storica. Tra le opere più commoventi vi sono i ritratti del padre, fotografato durante il progressivo deterioramento fisico causato dalla malattia. In queste immagini intime, il fotografo abbandona qualsiasi distanza professionale: la fotografia diventa un confronto diretto con la mortalità familiare e personale in cui Richard Avedon vuole catturare non tanto l’aspetto della persona, quanto la tensione invisibile tra identità pubblica e vulnerabilità privata.

    Richard Avedon ci ricorda in questa mostra canadese che ogni volto è il risultato del tempo vissuto, che le sue fotografie mostrano la vecchiaia non come decadenza, ma come intensificazione dell’identità: ogni ruga diventa traccia di esperienza; ogni sguardo, una forma di resistenza. Nel grande museo di Montréal, queste immagini sembrano sospese tra vita e memoria, presenza e sparizione. Ed è forse qui il senso più profondo del titolo “Immortale” non l’illusione di sfuggire al tempo, ma la possibilità che un volto, fissato dalla fotografia, continui a guardarci oltre la morte.

    Foto credits: Montreal Museum of Fine Arts

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